di Amedeo Lepore
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Al Cilento senza il suo Angelo non può essere negata la verità
A un decennio dalla tragica scomparsa,
Angelo Vassallo viene ricordato oggi nella sua diletta Acciaroli, per
iniziativa dei fratelli, e al Sele d’Oro Mezzogiorno di Oliveto Citra, a lui dedicato.
Il sentimento di partecipazione umana e civile alla sua straordinaria storia,
spezzata da una mano ancora oscura, è vasto e duraturo, nonostante lo scorrere veloce
di un tempo che cancella la memoria. Non altrettanto solida è la consapevolezza
delle istituzioni – a parte alcune lodevoli eccezioni, come la lettera dei
giorni scorsi del Presidente del Consiglio e l’intervento del Procuratore capo
di Salerno su questo giornale – della necessità di fare finalmente luce su
quella barbara uccisione, sui moventi e sui colpevoli. Ormai, a combattere
quotidianamente una battaglia coraggiosa sembra siano rimasti i suoi cari e i tanti
messaggeri di questa emozione diffusa per tutta l’Italia. Una prova eccezionale
di tale dignità e forza da sola non basta a produrre risultati sul piano delle
indagini e quella risposta corale della struttura ordinamentale del Paese, che
si richiede al cospetto di eventi tanto laceranti. Questa situazione, anzi,
rischia di acuire l’esposizione dei familiari di Angelo contro i criminali, i
loro mandanti e i loro complici, che continuano a operare nell’ombra da troppi
anni. Il Cilento, invaso quest’estate come non mai da un turismo nazionale
erratico ed effimero, ha un passato nobile, ardente e risoluto. I suoi tratti
sono sempre emersi in momenti decisivi delle vicende del Mezzogiorno, come nei
moti carbonari e risorgimentali del 1828, del 1848 e del 1857, guidati
rispettivamente da Antonio Galotti, Costabile Carducci e Carlo Pisacane. Una
rappresentazione appassionata di queste radici profonde e dell’impegno
indomabile di questa terra è il film “Noi credevamo” di Mario Martone, con
protagonisti tre giovani cilentani (Salvatore
Tambasco, Domenico Lopresti e Angelo Cammarota) animati da ideali repubblicani, attraverso le cui imprese
si svolge il complesso racconto del processo di unificazione italiana.
Tuttavia, il Cilento si è ridestato anche in un’epoca più recente, quando è
riuscito a fare del suo isolamento fisico, delle sue tradizioni e del suo
rapporto con la natura la leva per un nuovo tipo di crescita. Angelo Vassallo è
stato il personaggio principale, il tenace e scorbutico costruttore di questa nuova
opera, al tempo stesso visionaria e tremendamente concreta. Nei quindici anni
in cui è stato sindaco di Pollica (dal 1995 al 2010) ha segnato una svolta
epocale, dando dimostrazione di quale dovrebbe essere il ruolo e l’attività di
un pubblico amministratore, per giunta del Sud. Innanzitutto, ha realizzato un
vero modello di sviluppo, anticipando il Green New Deal e la bioeconomia, ben
oltre i parametri di una sostenibilità meramente conservativa. Infatti, Pollica
e le sue cinque frazioni (Acciaroli, Pioppi, Cannicchio, Celso e Galdo)
sono state trasformate, con una capacità unica di valorizzare l’ambiente e il
paesaggio circostanti, la terra e il mare, migliorando i borghi senza tradirne
la storia e l’impianto, ma assegnando a ciascuno una precisa vocazione. Così,
questi luoghi sono diventati centro di attrazione di un turismo stanziale e qualificato,
promuovendo una rinascita economica integrata. In questo ambito, è stata
riscoperta la dieta mediterranea, studiata qui da Ancel Keys, e sottoposta
all’UNESCO la proposta per il suo inserimento nella lista del patrimonio immateriale
dell’umanità, pensata da Angelo e accolta solo pochi mesi dopo la sua morte.
Questa iniziativa ha permesso lo sviluppo delle attività agroalimentari ed enogastronomiche
locali, oltre che l’affermazione di uno stile di vita tipico, a dimensione
umana. La lotta intransigente per la sicurezza e la legalità è stato l’altro
aspetto essenziale del suo impegno. Il suo carattere aspro, che non faceva
sconti a nessuno, ha rappresentato in quegli anni un baluardo contro la
speculazione e i traffici illeciti. Dopo di lui, si è rotto qualcosa di serio di
fronte alla grave commistione tra le forze del malaffare e della droga e chi le
ha coperte e forse le copre tuttora. Il trascorrere del tempo, però, non è
servito a far dimenticare, a colmare questo buco nero. Perciò, oggi è ancora
più necessaria un’assunzione generale di responsabilità politica e morale, la
cui mancanza spiega anche i gesti estremi dei familiari. Dare fiducia a loro,
come stanno facendo esponenti delle forze dell’ordine, e a una comunità in balìa
di sé stessa, colpita dal germe pericoloso dell’impunità e dell’abbandono, è il
compito primario delle istituzioni e delle organizzazioni democratiche. La sera
del 5 settembre 2010, lungo la strada che lo riportava a casa, Angelo fu
trucidato in un vile agguato con nove colpi di pistola. Mentre ricordiamo quel
momento atroce, ritorna il motivo della sua canzone preferita, scolpito nel
marmo della sua tomba: “Ricordati, dovunque
sei, se mi cercherai, sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai”. Acciaroli, quel pezzo di Cilento
non è più lo stesso da allora, mentre gli assassini e i loro complici sono
liberi e possono compiere ancora del male. Che si faccia ogni sforzo per
fermarli e punirli con il massimo rigore, ridando finalmente pace ad Angelo,
alla sua famiglia, alla sua comunità e onore alle istituzioni ferite di questo
Paese. La verità non può essere negata.
